IT / EN

La disciplina delle mansioni dopo il jobs act



Il nuovo articolo 2103 del codice civile introdurrà una nuova disciplina che modifica sostanzialmente le regole che attengono l’assegnazione a mansioni differenti del lavoratore

Il Consiglio dei Ministri, rispettando le linee guida della legge delega n. 183/2014, ha apportato, con lo schema di decreto sulle tipologie contrattuali, modifiche alla disciplina delle mansioni, rinnovando l’art. 2103 del codice civile. Ed infatti,la nuova formulazione dell’art. 2103 statuisce che “Il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello di inquadramento delle ultime effettivamente svolte.”

Nel nuovo testo, quindi, non si parla più di mansioni equivalenti, ma di mansioni riconducibili allo stesso livello di inquadramento delle ultime effettivamente svolte.

Viene, così, eliminato quel concetto di equivalenza (oggetto di diabattiti in dottrina e giurisprudenza), in base al quale due mansioni si intendono equivalenti qualora consentano l’utilizzo ed il perfezionamento del corredo di nozioni, esperienza e perizia acquisito nella fase pregressa del rapporto.

Inoltre, è interessante notare come, nella nuova formulazione, sia sparito il riferimento al mantenimento della stessa retribuizone in caso di adibizione del lavoratore a mansioni equivalenti.

Nel silenzio del Legislatore possiamo ritenere che con riferimento alle “mansioni riconducibili allo stesso livello di inquadramento”, al fine di stabilire la legittima assegnazione delle mansioni al lavoratore, assumerà un ruolo centrale la declaratoria e la classificazione del personale operata dai contratti collettivi.

Per quanto riguarda l’assegnazione a mansioni inferiori, precedetemente ammessa solo in casi specifici individuati dalla giurisprudenza, lo schema di decreto prevede che, in caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali che incidono sulla posizione del lavoratore (quali ad esempio processi di ristrutturazione o riorganizzazione), lo stesso possa essere assegnato a mansioni appartenenti ad un livello di inquadramento inferiore. Inoltre, è previsto che ulteriori ipotesi di demansionamento potranno essere previste dai contratti collettivi anche aziendali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Tuttavia, in entrambi i casi, sarà fatto salvo il diritto del lavoratore alla conservazione del livello di inquadramento e del trattamento retributivo in godimento, ad esclusione degli elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa (come per esempio l’indennità di turno o di cassa).

Secondo la nuova disciplina sarà comunque possibile stipulare, nelle opportune sedi individuate dalla legge o dinanzi alle commisioni di certificazione, accordi individuali di modifica delle mansioni, del livello di inquadramento e della relativa retribuzione e ciò al fine della conservazione dell’occupazione, dell’acquisizione di una diversa professionalità o del miglioramento delle condizioni di vita del lavoratore.

Interessanti novità sono previste anche con riferimento al termine decorso il quale l’assegnazione a mansioni superiori diviene definitiva.

Infatti, lo schema di decreto prevede, a differenza della precedente formulazione, che il periodo oltre il quale l’assegnazione a mansioni superiori diventa definitiva, dovrà essre stabilito dai contratti collettivi, anche aziendali, stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. In assenza di previsioni del contratto collettivo, l’assegnazione diventerà definitiva dopo sei mesi continuativi. L’efficacia delnuovo termine, elevato da tre a sei mesi , decorrerà quindi solo in via sussidiaria qualora la contrattazione collettiva non intervenga in materia, rafforzando, dunque, la posizione delle organizzazioni sindacali in questa materia.